op. 42 – La cucina e altri locali di servizio nella «Casa elettrica», IV Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne di Monza, 1929-30

opera 42

La cucina e altri locali di servizio nella «Casa elettrica», IV Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne di Monza, 1929-30

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«Caro Bottoni […] il Gruppo ha definitivamente avuto dalla Edison l’incarico di costruire a Monza una “Casa Elettrica”. In questa costruzione, che verrebbe “popolata” [di] nostri mobili, anche per consiglio di Ponti, consiglio che ben volentieri attueremo, vedremmo volentieri il tuo bagno e la tua cucina. Se, come credo, sei d’accordo, ce lo farai sapere» (lettera di L. Figini, s.d., ma novembre 1929, in APB, Corrispondenza). Il bagno e la cucina di Bottoni a cui Figini fa riferimento in questa lettera avrebbero dovuto essere esposti proprio alla IV Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne, in una stanza della Villa Reale di Monza. Da tempo Bottoni sperava di poter mettere in produzione alcuni dei suoi studi di mobili razionali, tra cui una cucina, ma nel marzo del 1929 (cfr. due lettere del 4 e 21 marzo in APB, Corrispondenza) la ditta Paleari, specializzata in arredamenti d’albergo e di industrie, a cui Bottoni si era rivolto, gli risponde che, pur riconoscendo ai suoi progetti un «non comune sforzo per realizzare i più moderni concetti di praticità e comodità», non ha una organizzazione industriale e tantomeno una clientela disposta ad acquistare mobili moderni «in quantitativi ragguardevoli»; «d’altra parte — aggiunge il responsabile della ditta — fare gli apostoli della nuova estetica, pur essendoci di allettamento, ci porterebbe a delle perdite sicure che contrasterebbero collo scopo puramente commerciale della nostra azienda». Bottoni ripiega allora sulla Triennale da cui riceve invece una risposta positiva. Ai primi di ottobre del 1929 G. Ponti gli risponde infatti che il direttorio si è «pronunciato favorevolmente nei riguardi dei disegni di massima» da lui presentati e gli richiede un progetto di allestimento. Per poter esporre il lavabo razionale «la cui svasatura, contenendo completamente l’arco delle braccia, permette di lavarsi perfettamente senza lasciare uscire una goccia d’acqua» (Bottoni, ottobre 1930) e per poter presentare i mobili moderni da cucina rifiutati dalla Paleari, Bottoni pensa di dividere lo spazio espositivo disponibile (una stanza della Villa Reale di m 5 x5 circa) in due parti: una attrezzata a bagno, l’altra a cucina. L’invito di Figini giunge quindi proprio al momento giusto e non può essere più allettante perché gli offre l’occasione di esporre mobili moderni in spazi moderni. Il bagno e la cucina studiati per la Villa Reale sono infatti profondamente diversi da quelli poi allestiti nella Casa elettrica dove compongono con l’acquaio e la camera della domestica, anch’essi progettati da Bottoni, i locali di servizio. Qui, a parte il «lavabo razionale» del bagno e il tavolo con gli sgabelli della cucina, tutto il resto appare mutato. Il bagno, che nella prima versione risulta ancora molto ampio e senza il w.c., nella Casa elettrica occupa uno spazio molto più ridotto, nonostante abbia incorporato il gabinetto. Un piccolo aspiratore elettrico messo a contatto con la vasca lo rende compatibile con l’ambiente, mentre la toilette che stava di fronte al «lavabo razionale» ora lo sorregge e lo incornicia. Tutta rivestita di gomma lavabile arancione, la toilette spicca sulla gomma azzurra delle pareti e il grigio viola del pavimento in ceramica come un unico e colorato mobile dai molti usi: al centro è collocato il bianco lavabo, sotto di questo i ripiani per oggetti vari, al di sopra uno specchio con base in alluminio lucido, e ai lati due armadietti verticali per accappatoi e salviette, che portano incassate nei fianchi, da un lato e dall’altro dello specchio, delle lampade nascoste dietro vetri diffusori. Le differenze sono però particolarmente evidenti nella cucina. Nella prima versione lo spazio è ancora di tipo tradizionale, cioè «abitabile»: il tavolo infatti, sia pure decentrato, sta nel mezzo per servire al pranzo e non è solo un banco da lavoro. Il mangiare inoltre non è funzione separata dal cucinare e dal lavare. Quest’ultima operazione è poi addirittura collocata nella maniera più irrazionale se la si valuta coi criteri tayloristici di Paulette Bernège. Tra i tanti consigli su come suddividere e ricomporre nello spazio funzioni e arredi appartenenti a una medesima fase di lavoro, in modo da ottenere il massimo comfort col minimo sforzo e il minimo tempo, la Bernège sosteneva anche che l’acquaio non dovesse mai essere posto in un angolo, ma al centro della parete e possibilmente sotto una finestra. Nella Cucina elettrica la disposizione degli spazi e degli arredi sembra invece ricalcare proprio gli schemi consigliati dalla autorevole rappresentante della Ligue pour l’organisation ménagère, che Bottoni non a caso cita ampiamente su «Rassegna di Architettura» del luglio 1929 nella Rivista delle Riviste, la rubrica da lui curata fino al maggio 1930.Le funzioni che prima erano unite appaiono infatti ora nettamente separate e ricomposte sulla base dello studio dei movimenti nello spazio: la zona del pranzo è divisa dall’ambiente di preparazione e cottura degli alimenti ed entrambe dal luogo dove si lavano le stoviglie, mentre un sistema integrato di mobili ne ristabilisce le connessioni abolendo nel contempo ogni movimento inutile. Il primo elemento, riprendendo un’idea già sperimentata da Gropius e da A.G. Schneck, funziona da passa-vivande tra la cucina e il soggiorno. Il secondo, contiguo e d’angolo, «sostituisce il buffet di salotto e in parte la credenza di cucina e di colpo sopprime tutti i trasporti di piatti» (Bottoni, agosto 1930) necessari alla presa e alla posa delle stoviglie pulite da tre locali contemporaneamente. Il terzo infine è una credenza che consente di riporre legumi secchi, pasta, riso, farina direttamente nei suoi 12 «cassetti-serbatoio». Questi sono dei contenitori triangolari «in ferro stagnato e metallo bianco, lavabili e inossidabili […] e numerizzati in modo da poter essere facilmente distinti fra loro» (Bottoni, luglio 1930). Muniti di manico ricurvo, di un «becco alla bocca del cassetto» e di un interno inclinato, permettono di versare il contenuto direttamente con «precisione di dosatura». Il cassetto metallico era già stato studiato da Bottoni per la prima credenza e differisce leggermente solo nel manico. Ma, mentre in quel caso serviva a restituire l’immagine tradizionale di un mobile singolo pensato per stare da solo, ora serve piuttosto a incrinarne l’identità. I cassetti-serbatoio che ne costituivano inizialmente le spalle sono stati infatti scomposti e ricomposti al centro a formare un semicilindro. Al loro posto due trasparenti lastre di cristallo creano l’illusione che tra il piano della credenza e gli altri mobili corra un’unica superficie continua. Il modo con cui sono combinati i colori e i materiali rafforza tale illusione. Le ante scorrevoli inferiori sono tutte in legno laccato grigio-azzurro come il colore del tessuto gommato che ricopre le pareti per tre quarti; i ripiani sono invece tutti in linoleum beige, dello stesso colore del pavimento in ceramica. A loro volta le trasformazioni subite dalla parte alta della credenza con-tribuiscono ad accentuarne il carattere componibile, quasi il mobile fosse costituito da elementi progettati separatamente per dar vita a una parete attrezzata. Ridotta d’altezza per potersi allineare agli altri, con le tre ante avvolgibili di celluloide bianca, l’alzata della credenza sembra stagliarsi sul muro come un moderno pensile. Il tavolo, anch’esso di legno grigio-azzurro e col piano di linoleum beige, è stato accostato alla parete e messo vicino alla stufa per ridurre i giri inutili nella fase di preparazione dei cibi, così come prescriveva la Bernège. Con i suoi ripiani laterali mobili e i cassetti ribaltabili e internamente di metallo, dove la massaia stando seduta può «far cadere con estrema facilità gli scarti» (Bottoni, agosto 1930), esso funziona esclusivamente da banco di lavoro. Lo stesso criterio di razionalità nei movimenti presiede anche alla disposizione dei mobili nella zona dell’acquaio, dove azzurro-grigio, crème e bianco sono anche qui i colori dominanti. La camera della donna di servizio avrebbe dovuto invece avere il pavimento a strisce di linoleum beige e arancione, ma la Società del Lino-leum, a cui Bottoni si era rivolto, il 12.4.1930 gli risponde che «il colore arancione non è più disponibile e dovremo sostituirlo colla colorazione rosso normale» (in APB, Corrispondenza). A quel punto Bottoni opta per un pavimento di linoleum tutto bianco, dello stesso colore del soffitto, su cui spiccano il nocciola delle pareti anche qui intessuto gommato; l’ottone nichelato opaco dell’attaccapanni con cristallo per i cappelli; e infine la betulla lucidata del mobile con scaffali e letto a ribalta per permettere alla piccolissima stanza della domestica di funzionare di giorno, quando è chiuso, come una stanza per cucire. Con i quattro locali di servizio presentati nella Casa elettrica Bottoni ha mirato a realizzare un «progetto-manifesto», dove per questo nulla doveva essere superfluo e dove «per la prima volta in Italia fu fatta anche una pianta del percorso delle stoviglie dalla cucina alla sala da pranzo» (Bottoni, 1954). Il progetto-manifesto non mancò di sollevare enorme scalpore, ma pure un vasto consenso. Ferdinando Reggiori vide nella Casa elettrica non una abitazione ma un «ordigno», 1«organo di un motore». In compenso, oltre ai razionalisti, la maggioranza della stampa femminile vide nella «semplicità gioconda» della cucina, di cui parla Franco Albini nel 1930, non solo l’occasione per sostituire «la monotona freddezza delle piastrelle» con i colori nuovi e caldi del linoleum, ma anche lo spazio capace di ridurre finalmente le fatiche della moderna casalinga. Immagini della Cucina elettrica di Bottoni verranno esposte nel 1931 alla Mostra del Miar a Roma e a Budapest; nel 1932 a Parigi, alla Mostra dell’Union des artistes modernes e nel 1933 alla V Triennale di Milano.

Graziella Tonon

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Una «Casa Elettrica», in «Parole della Edison ai suoi utenti», a. III, n. 8, agosto 1930, pp. 25-28 (il testo è stato scritto in gran parte da Bottoni).

Un rivestimento in gomma per pareti. Cassetti-serbatoio per alimenti. Chiusure avvolgibili in celluloide, in «La Casa Bella», a. III, n. 31, luglio 1930, p. 53.

Una cucina razionale, ivi, n. 32, agosto 1930, pp. 58-59.

La camera della domestica, ivi, n. 33, settembre 1930.

Nella stanza da bagno e adiacenze, ivi, n. 34, ottobre 1930, p. 47 (i 4 testi precedenti, pubblicati in «La Casa Bella» nella rubrica “Bricciche”, sono stati scritti in gran parte da Bottoni).

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Bibliografia a cura di Graziella Tonon

1. La Casa elettrica, nota descrittiva con elenco dei mobili e delle ditte, bozza. Dattiloscritto con correzioni e integrazioni manoscritte e manoscritto composto da due fogli incollati, 5 cc./5 pp.

2. Arch. ing. Piero Bottoni […], Milano. Descrizione dei locali della “Casa elettrica” (cucina, acquaio, camera di riposo della donna, bagno). Manoscritto, 3 cc./3 pp.

3. Arch. ing. Piero Bottoni […], Milano. Note su la “Casa elettrica”, Monza. Manoscritto, timbrato, 1 c./1 p.

4. Arch. ing. Piero Bottoni, Milano. Note sulla Casa elettrica oltre quelle del catalogo scritte a tergo delle fotografie. Manoscritto su carta intestata, 1 c./1 p.

5. Note su la cucina e l’acquaio de “la casa elettrica”. Dattiloscritto con integrazioni manoscritte sul verso, 1 c./2 pp.

6. Idem. Dattiloscritto, 1 c./2 pp.

7. Idem. Dattiloscritto con correzioni e integrazioni manoscritte, 1 c./1 p.

8. Idem, bozza. Manoscritto, 1 c./2 pp.

9. Preventivo degli elementi vari componenti la cucina nella Casa elettrica. Dattiloscritto, 1 c./1 p.

10. Lettera di Piero Bottoni, bozza. Manoscritto, 1 c./2 pp.

11. IV Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne […]. Invito all’inaugurazione della Casa elettrica. Stampato, 1 c./1 p.

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