op 186 – Progetto di quattro città satelliti intorno a Milano, 1939-40, con Franco Albini, Renato Camus, Ezio Cerutti, Franco Fabbri, Cesare Mazzocchi, Maurizio Mazzocchi, Giulio Minoletti, Giancarlo Palanti, Mario Pucci e Aldo Putelli

opera 186

Progetto di quattro città satelliti intorno a Milano, 1939-40, con Franco Albini, Renato Camus, Ezio Cerutti, Franco Fabbri, Cesare Mazzocchi, Maurizio Mazzocchi, Giulio Minoletti, Giancarlo Palanti, Mario Pucci e Aldo Putelli

op186 copertina

Scheda storico-critica

Le copiose demolizioni nell’area centrale; i rilevanti flussi immigratori; la progressiva riduzione dell’offerta di case d’affitto per le famiglie operaie e impiegatizie; la perdita di incisività degli interventi di edilizia pubblica: l’azione concomitante di questi fatti porta nel corso degli anni Trenta ad accrescere vertiginosamente nella città di Milano il fabbisogno abitativo per i ceti più deboli. La domanda insoddisfatta di case per i meno abbienti, ancora pochi anni prima stimata attorno ai 60-70 mila locali, nel gennaio 1940 sarà indicata ufficialmente nella cifra astronomica di 166.573 locali. «Senza contare – scrive Giuseppe Pagano – i 274.000 alloggi senza cesso, senz’acqua potabile, senza gas tuttora esistenti» (Pagano, 1942, p. 3). Mentre la podesteria si mostra solo preoccupata di condurre a termine sventramenti e scenografie monumentali, non mancano architetti che, nelle commissioni del sindacato di categoria e sulla stampa periodica, dichiarano apertamente il loro dissenso con tale politica; basti citare i nomi di Pagano, di De Finetti e di Bottoni. In prima linea troviamo anche una figura come Giuseppe Gorla, allora vice presidente dell’Ifacp milanese, che non si limita a ispirare le critiche agli sventramenti, espresse in un volume-album sull’attività dell’Istituto curato da Albini, Camus e Palanti, e scende sul terreno delle realizzazioni concrete predisponendo nel 1939 un programma pluriennale che avrebbe dovuto portare l’Ifacp a costruire 40.000 locali in cinque anni. Il progetto delle Quattro città satelliti – in realtà quattro quartieri residenziali con un numero di locali fra i 5.800 e i 14.000 – è la traduzione urbanistico-architettonica di quel programma. La loro realizzazione verrà bloccata dalla guerra; ma questo non impedirà che per almeno uno di essi, il quartiere Ciano, per il quale la progettazione si è spinta più avanti, l’Ifacp proceda all’acquisto di terreni su cui sarà possibile nel dopoguerra edificare il quartiere Gallaratese. L’incarico di studiare il piano generale e l’assetto di massima dei singoli insediamenti è affidato a F. Albini, P. Bottoni, R. Camus, E. Cerutti, F. Fabbri, C. e M. Mazzocchi, G. Minoletti, G. Palanti, M. Pucci e A. Putelli, tutti collaudati progettisti di case popolari e associati per l’occasione sotto la sigla «Gruppo urbanistico». Approntate le prime soluzioni di massima delle quattro «città», che vengono illustrate in una ventina di pannelli da far circolare fra le autorità, il Gruppo urbanistico elabora successivamente un progetto particolareggiato del quartiere Ciano che si discosta non poco da quello iniziale: non viene più riproposto il comparto a ovest dell’Olona, previsto in una variante della prima versione; viene lasciato più spazio all’edilizia privata; la disposizione lineare della zona dei servizi centrali assume una più complessa forma a crociera; viene, infine, prevista una fascia di costruzioni per artigiani in cui la presenza di piccoli laboratori supera la mono-funzionalità residenziale. Di questo progetto finale esistono in realtà due versioni, che nella presentazione su «Costruzioni-Casabella» del 1942 sono mischiate senza le necessarie precisazioni. Ciò che distingue le due versioni è l’assetto pensato per l’asse principale di collegamento con il centro di Milano: il plastico e i disegni prospettici contemplano 10 edifici lamellari alti 9 piani, su un lato, e lunghi edifici paralleli alla strada alti 5 piani, sull’altro lato; nella relazione e nella «Tavola complementare alle norme edilizie» sono invece previsti edifici di 6 piani su entrambi i lati. L’insieme dei progetti risponde all’intento generale di dare dignità urbana agli insediamenti di edilizia popolare. Si punta in particolare a riscattare la loro inevitabile condizione periferica dalla dipendenza delle aree centrali e dal rapporto di subalternità con la fabbrica. Ne derivano due ordini di scelte chiaramente enunciate dai progettisti: a) concentrare l’intervento in «quattro quartieri che, per la loro estensione e per essere dotati di tutti gli elementi e i servizi necessari a una vita autonoma (tranne i servizi più generali per i quali logicamente dipendono dalla grande città di cui fanno parte) hanno la vera e propria fisionomia di città-satelliti» (Albini e altri, 1942, p. 5); b) disporre queste concentrazioni residenziali in posizione baricentrica rispetto a diverse opportunità di lavoro in modo da sottrarle a ogni vincolo unilaterale e ghettizzante con la fabbrica: «Così il quartiere “Costanzo Ciano” a nord-ovest della città, a breve distanza dalla zona industriale della Bovisa e di Musocco, gode tuttavia i vantaggi del verde della vicina zona sportiva di S. Siro e della zona di rispetto del Cimitero Maggiore; il quartiere “Guglielmo Oberdan” posto fra la sviluppatissima zona industriale della Bicocca e di Sesto S. Giovanni e quella in continuo accrescimento di Lambrate; il quartiere “Italo Balbo” posto a nord, in posizione intermedia fra i due precedenti, servirà sia la zona di Sesto che quella della Bovisa pur non essendo defilato, rispetto a questa ultima, dall’influenza del vento dominante […]; l’unico, rispetto all’ubicazione del quale possono essere affacciati dei dubbi, è il quartiere “Arnaldo Mussolini” previsto nella zona di Vigentino, a sud della città, nella zona più bassa della città stessa e resa poco salubre dal fatto che ivi defluiscono tutti gli scarichi delle fognature di Milano. La creazione di un quartiere in questa zona (a parte il basso costo dell’area) è stata unicamente dettata dalla logica previsione del grande sviluppo industriale che dovrà avere la zona stessa quando fossero realizzati i progetti ora allo studio del grande canale navigabile e del porto di Milano» (ibidem). Sia le scelte localizzative che l’assetto dei quartieri configurano un modello di sviluppo radicalmente alternativo rispetto a quello allora in atto. Netta è in particolare l’opposizione al piano regolatore vigente che, consentendo una dislocazione sfilacciata e casuale degli edifici lungo un’ipertrofica rete stradale, favoriva il degrado dell’espansione periferica e annullava le diverse parti (periferia storica, borghi, villaggi, cascine) in un’anonima periferia metropolitana. L’impianto fortemente caratterizzato e innovatore delle Quattro città satelliti, in quel suo distinguersi dalle morfologie insediative storiche che lo rende in apparenza indifferente al contesto, si mostra invece a un tempo rispettoso verso l’intorno e capace di innescare estesi processi di riscatto. Le nuove presenze infatti non negano il paesaggio rurale, ma cercano con questo un rapporto di integrazione; allo stesso modo esse sollecitano le articolazioni storiche degli insediamenti a rafforzare la propria identità per partecipare, con rinnovata autonomia, a una metropoli non concepita come un continuo urbanizzato ma come un insieme policentrico di discreti insediativi immersi nel verde. Giovanni Cislaghi e Cesare Pellegrini riferendosi a uno dei progetti delle quattro città-quartiere ne hanno ben colto la portata propositiva: «il nuovo grande quartiere Oberdan è un quartiere di Milano; esso non appartiene solo all’orizzonte residenziale delle fabbriche di Sesto, ma è costitutivo di un’organizzazione aperta del territorio, in cui le realtà produttive sono campo di riferimento con la stessa concretezza con cui lo diviene l’organizzazione agricola, per orientarvi in coerenza le nuove costruzioni. Insomma il quartiere nega la fascia insediata con contraddittoria continuità lungo la radiale; né si annette il Parco Lambro o vuol dominare sugli spazi aperti in cui è posto; esso interviene nella vicenda moderna, mostrando la possibilità di uno sviluppo radicato nel territorio» (Cislaghi, Pellegrini, 1986, p. 69). Se il rapporto con la natura sembra all’origine di una nuova sensibilità verso il contesto, il verde ha un ruolo cardinale anche nella definizione degli spazi dei singoli quartieri. Una fitta alberatura fa da filtro tra l’edificato e l’aperta campagna, come ad attutire il peso delle nuove presenze. La distinzione non vuole però essere una separazione; intende semmai assicurare una saldatura e un inserimento non lacerante. Questo è particolarmente evidente nella penetrazione del verde nel cuore degli spazi della vita associata: la piazza e gli edifici più rappresentativi che lo contornano sono al tempo stesso un fulcro dell’abitato e una testa di ponte che ancora saldamente il quartiere alla campagna. La stessa piazza medioevale tutta pietra e mattoni, che non cessa di essere un riferimento ideale, conosce qui una reinvenzione tipologica nella quale il verde è una presenza essenziale come la chiesa e le istituzioni politico-sociali. Una compatta alberatura è inoltre chiamata a fare da argine di difesa nei confronti degli assi viari di grande traffico, che si cerca di tenere il più possibile lontani dall’abitato. A sua volta il tema della gerarchia e della differenziazione dei percorsi non è assunto come stanca riproposizione dei principi affermati dai Ciam, ma è interpretato in modo creativo. La maglia viaria, specificamente assegnata a ciascuno dei quattro quartieri, risponde all’esigenza di assicurare nelle diverse situazioni sia l’integrazione con il paesaggio agrario sia l’innesto efficace nel sistema dei trasporti metropolitani. Certo ben saldi sono i principi del lottizzamento razionale (igienicità, soleggiamento, gerarchia stradale e separazione dei percorsi), così come lo è il riferimento a una «bellezza astratta e di ordinata uniformità, che Pagano indica come elemento caratteristico di questi progetti e che, a suo dire, nasce dal «godimento estetico di un principio industriale (la famosa ripetizione in serie)» (Pagano, 1942, p. 3). Questa «bellezza astratta» è senza dubbio l’elemento più appariscente e più discutibile delle Quattro città satelliti, soprattutto laddove le masse «geometricamente ritmate e ripetute come cadenze musicali» (ibidem) rispondono più a un concetto astratto di ordine che alla ricerca di intese spazio-temporali con la presenza umana. Allo stesso modo la combinazione dei tipi edilizi appare non sempre felice per i rapporti che si vengono a determinare fra volumi e spazi aperti: si pensi, per esempio, al grande viale che immette nella piazza principale del quartiere Ciano e alla presenza squilibrante dei 10 edifici lamellari alti 9 piani disposti su un lato, quale si può osservare in una delle due versioni pubblicate su «Costruzioni-Casabella»; presenza che solo la passerella pedonale coperta sull’altro lato del viale riesce in qualche modo a rendere meno incombente. Qualche riserva suscita anche la scelta di concentrare l’edilizia intensiva e semintensiva nei pressi del centro del quartiere e di lasciare ai margini l’edilizia semirurale (le case con gli orti). In alcune soluzioni – in particolare nel quartiere Oberdan – le distanze avrebbero creato una situazione di sfavore nell’accesso ai servizi e ai negozi di prima necessità; mentre a questo riguardo la proposta più equilibrata appare quella del quartiere “Arnaldo Mussolini”, sul quale, come abbiamo visto, gli stessi progettisti avanzano però qualche perplessità in ordine alla localizzazione. Se dunque non mancano i motivi per una critica dei concetti di ordine, di ritmo e di bellezza che presiedono a questi progetti, rimangono tuttavia gli aspetti positivi sopra accennati per quanto riguarda il contesto. Qui si avvertono i sintomi di una nuova attenzione alla complessità dell’ambiente che fa intravedere un nuovo atteggiamento verso gli insediamenti storici. Si pensi, da un lato, alla fiduciosa valorizzazione di fiumi come l’Olona (quartiere Ciano) e come il Lambro (quartiere Oberdan) e, dall’altro, alla ricerca di relazioni e di corrispondenze fisiche e ideali che il fulcro centrale del quartiere Oberdan e quello del quartiere Balbo istituiscono rispettivamente con i centri di Crescenzago e di Niguarda. Proprio i fautori di una modernizzazione radicale sembrano in questi progetti riproporre quei rapporti storici che legavano tra loro i villaggi rurali a nord di Milano prima dell’industrializzazione pesante. Anche la struttura del maggiore dei quartieri, il Ciano, ambisce a una interlocuzione con l’intorno; ma, dall’alto dei 19.280 abitanti che avrebbe dovuto ospitare, sembra volersi confrontare più direttamente con il centro di Milano, costituendo un fondale al grande viale che, come un cordone ombelicale, lo lega alla città maggiore. Quel fondale è una Casa del Fascio; ma quanto poco monumentale è la sua presenza. Anche su questo l’autocritica tra i razionalisti milanesi è avviata.

Giancarlo Consonni

In G. Consonni, L. Meneghetti, G. Tonon (a cura di) Piero Bottoni. Opera completa, Fabbri, Milano 1990, pp. 292-296.

Bibliografia

G. Pagano, Un anno di architettura in Italia, in «Almanacco letterario Bompiani», a. XIX, 1941, pp. 137-140, in part. p. 139.

G. Pagano, Presagi per la città di domani, in «Costruzioni-Casabella», a. XV, n. 176, agosto 1942, pp. 2-3.

I. Diotallevi, F. Marescotti, Ordine e destino della casa popolare, Domus, Milano, 1941, pp. 24-26 e 98-99.

F. Albini, P. Bottoni, R. Camus, E. Cerutti, F. Fabbri, C. e M. Mazzocchi, G. Minoletti, G. Palanti, M. Pucci, A. Putelli, Quattro città satelliti alla periferia di Milano, ivi, pp. 4-22.

Case per il popolo. Quattro città periferiche, in «La Sera», 7.11.1942.

G. Consonni, L. Meneghetti, L. Patetta, Bottoni: quarant’anni di battaglie per l’architettura, numero monografico di «Controspazio», a. V, n. 4, ottobre 1973, pp. 58-63.

M. Grandi, A. Pracchi, Milano. Guida all’ architettura moderna, Zanichelli, Bologna 1980, p. 202.

G. Consonni, G. Tonon, Architetture per la metropoli: 1934-1940, in Aa.Vv., 1930-1942. La città dimostrativa del razionalismo europeo, a cura di L. Caruzzo e R. Pozzi, Angeli, Milano, 1981, pp. 272-299.

G. Cislaghi, C. Pellegrini, Crescenzago: formazione storica, in Aa.Vv., Milano Zona Dieci. Loreto Monza Padova, a cura di G. Fiorese, Ici, Milano 1986, pp. 63-71.

G. C. [Consonni], Progetto di quattro città satelliti intorno a Milano, 1939-40 […], in G. Consonni, L. Meneghetti, G. Tonon (a cura di), Piero Bottoni. Opera completa, Fabbri, Milano 1990, pp. 292-296.

Bibliografia a cura di Giancarlo Consonni

Documenti scritti

Ifacp, quartiere “Costanzo Ciano”, relazione. Dattiloscritto, 33 cc./33 pp.; matite colorate su copie eliografiche, 4 cc.

Relazione, bozza. Dattiloscritto con correzioni manoscritte, 7 cc./7 pp.

Istituto fascista autonomo per le case popolari della provincia di Milano, quartiere della Gallaratese, studio urbanistico, relazione. Dattiloscritto, in tre copie, 3 cc./3 pp.

Idem. Dattiloscritto, 2 cc./2 pp.

Istituto fascista autonomo per le case popolari della provincia di Milano, norme edilizie per la costruzione dei singoli edifici nel quartiere della Gallaratese. Dattiloscritto, in tre copie, 4 cc./4 pp.

Idem. Dattiloscritto, 3 cc./3 pp.

Norme edili urbanistiche per la progettazione dei vari lotti di case formanti il quartiere Costanzo Ciano. Dattiloscritto, in cinque copie, 3 cc./3 pp.

Idem. Dattiloscritto, in tre copie, 3 cc./3 pp.

Tabella con dati urbanistici relativi a: Quartiere Sud Milano […], Area costruita dall’Ifacp […], Area per costruzioni private […], Sapb Padova. Dattiloscritto con schizzo, 1 c./2 pp.

Archivio Piero Bottoni

DAStU - Politecnico di Milano

Campus Bovisa
Via Giuseppe Candiani, 72
20158 Milano

t +39 02 2399 5827

archivio-bottoni-dastu@polimi.it