op 178 – Progetto di borgate semirurali per abitazioni operaie in provincia di Milano, 1938-39, con Mario Pucci

opera 178

Progetto di borgate semirurali per abitazioni operaie in provincia di Milano, 1938-39, con Mario Pucci

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Scheda storico-critica

Gli studi e le indagini che precedono questo progetto, assieme a quelli promossi pochi anni prima da Adriano Olivetti per la Val d’Aosta, innovano la metodologia e lo stesso statuto disciplinare dell’urbanistica, che dal terreno falsamente neutrale delle analisi funzionali e delle dinamiche settoriali passa a misurarsi con i meccanismi da cui traggono origine alcune rilevanti questioni sociali. La stessa priorità data all’inchiesta diretta e al reportage fotografico è la riprova di un nuovo modo di rapportarsi alla realtà sociale. L’insieme delle analisi è sintetizzata in una relazione edita dall’Amministrazione provinciale a cui fanno da complemento due volumi, riprodotti fotograficamente in poche copie e composti da tavole commentate, l’uno intitolato Indagini sul problema delle abitazioni operaie nella provincia di Milano, l’altro Progetto di borgate semirurali per abitazioni operaie nella provincia di Milano. Le tavole e la relazione sono state in larga parte riproposte su «Casabella-Costruzioni» nel novembre del 1940, configurandosi nell’insieme come uno dei primi contributi originali portati dalla cultura urbanistica italiana alla conoscenza della realtà metropolitana. Un simile documento va anche decisamente controcorrente rispetto alla retorica e alla propaganda di regime. Come per il lavoro sulla Val d’Aosta, ciò è reso possibile dall’iniziativa di un industriale illuminato, in questo caso impersonificato da Franco Marinotti, una figura abituata a fare i conti con il retroterra sociale della fabbrica. Basti ricordare che, in qualità di amministratore delegato della Snia, Marinotti era stato tra i protagonisti della costruzione, tra il 1936 e il 1938, di Torviscosa nella Bassa Friulana. Divenuto nel 1937 presidente della Provincia di Milano, diversamente dai predecessori, si era misurato con alcune rilevanti questioni sociali che, come appunto quella della casa, minacciavano di divenire esplosive. Anche se l’intento era quello di operare in direzione del controllo sociale, rimane il fatto che l’iniziativa di Marinotti ha saputo porre all’attenzione dei mezzi di informazione e dell’opinione pubblica una realtà che fino ad allora le autorità avevano preferito nascondere o addirittura ignorare. Così pure gli va riconosciuto il merito non solo di avere offerto a Bottoni e Pucci una copertura in modo che potessero liberamente svolgere la loro opera di messa a nudo dei problemi, ma di essersi anche adoperato personalmente per passare dallo studio alla concreta realizzazione dei progetti (affidata all’Ifacp). Utilizzando la sua duplice veste di industriale e di amministratore pubblico, Marinotti era riuscito infatti a convincere l’Istituto nazionale assicurazioni a sostenere i primi interventi con un finanziamento di 50 milioni. «Tale finanziamento, a seguito di un accordo con la Snia Viscosa secondo cui questa società attribuiva in esclusiva all’Ina l’assicurazione per l’indennità di licenziamento del personale impiegatizio, era effettuato a tasso agevolato (4,50%) per una prima tranche di 10 milioni, mentre i restanti 40 milioni avrebbero potuto essere concessi con le stesse agevolazioni qual’ora altre ditte avessero stipulato, su mediazione di Marinotti, analoghi accordi con l’Ina […]. Il progetto fallì per gli ostacoli frapposti dalle ditte restie a concedere le aree e soprattutto per il tortuoso iter burocratico imposto dall’Ina, anche perché l’istituto assicurativo non vedeva concretarsi a breve termine la prospettiva di allargamento alle grandi ditte milanesi della propria clientela» (Consonni, Tonon, Milano, 1981, p. 451).La guerra poi farà naufragare anche quelle poche realizzazioni per le quali l’Ifacp era riuscito a ottenere gratuitamente le aree (offerte per Sesto S.G. dalla Falck, per Legnano dagli industriali Bernocchi e Cantoni e per Monza dall’Eca) e di cui erano stati redatti i progetti esecutivi, questi ultimi due sempre ad opera di Bottoni e Pucci. Ma vediamo brevemente i risultati dell’indagine e il quadro complessivo delle proposte progettuali. La ricerca mette in evidenza come il problema della casa si manifesti con virulenza non più solo nel comune di Milano – dove il fabbisogno arretrato è valutato ufficialmente nell’ordine di 70.000 vani – ma anche in molti comuni dell’hinterland, sia in quelli da tempo direttamente investiti dall’industrializzazione, come appunto Sesto S.G., Monza e Legnano, sia in quelli ridotti alla condizione di dormitori. Per Sesto si fa rilevare che «su una popolazione di circa 40.000 abitanti, si hanno oltre 6.000 persone senza un alloggio degno di tale nome» (Bottoni, Pucci, 1939, p. 31); per Monza si indica la presenza di «circa 1 .000 locali […] dichiarati inabitabili», mentre altri 600 locali circa «sono abitati da più di 5 persone» (ivi, p. 37); di Legnano si sottolinea come la situazione sia «particolarmente grave per le cattive condizioni igieniche di alcuni nuclei centrali, per la trasformazione di case rurali in abitazioni per operai, per l’insufficienza generica di locali, e per le condizioni igieniche e statiche deplorevoli, di molte decrepite case nel centro della città» (ivi, pp. 39-41). Oltre a queste punte elevate, Bottoni e Pucci indicano la presenza di un disagio abitativo diffuso in molti altri centri dove la periferia metropolitana viene configurandosi sulla base di una duplice spinta: quella delle nuove immigrazioni e quella delle espulsioni di popolazione operaia dalla città centrale. Ai due urbanisti non sfugge, d’altro canto, che il disagio è venuto da tempo assumendo anche il carattere di lunghi e faticosi spostamenti pendolari i quali, solo per quanto riguarda Milano, secondo statistiche del 1936, interessano ben 70.000 lavoratori. L’esame delle gravitazioni giornaliere sul capoluogo dà modo a Bottoni e Pucci di delineare uno schema interpretativo delle relazioni casa-lavoro a livello provinciale. Il grosso degli spostamenti proviene dall’area nord, dove il particolare carattere dell’agricoltura incentrato sulla piccola azienda famigliare ha trasformato l’intero territorio rurale in un fertile vivaio di forza lavoro, mentre nell’area a sud di Milano il netto prevalere dell’azienda capitalistica impedisce la formazione di una famiglia operaio-contadina con la conseguenza di rendere drastica la scelta tra la condizione del salariato agricolo e quella dell’emigrante: «il carattere industriale della coltivazione stessa determina un bracciantato, ed anche un impiego di manodopera con contratti annuali, così che il contadino, non direttamente interessato ai redditi della terra e non legato direttamente a questo o a quel fondo se non dal suddetto contratto annuale, ha facilità ad emigrare da un paese all’altro della medesima zona o, durante determinati periodi dell’attività delle industrie milanesi o periferiche ad essere attratto nell’orbita del bracciantato o della manovalanza industriale» (ivi, p. 911).L’individuazione di queste due aree nettamente differenziate è la base per delineare un quadro propositivo che coinvolge l’intera provincia. Bottoni e Pucci intendono anzi pervenire alla definizione «di un piano regolatore provinciale che contempli la migliore soluzione per lo sviluppo futuro di centri industriali ed il sorgerne di nuovi, lo sviluppo e la creazione di villaggi operai, la sistemazione ed il miglioramento delle comunicazioni, avendo di mira di limitare, per quanto possibile, la tendenza all’urbanesimo (per le note ragioni igienico-economico-sociali), di favorire nelle famiglie operaie una economia a carattere misto rurale-industriale e nel tempo stesso di contenere ed eventualmente ridurre nei limiti del tollerabile il sovraffollamento e le spese nei mezzi di trasporto» (ivi, p. 5). La strategia delineata appare per molti aspetti datata negli assunti ideologici; così come lo è la proposta di dar vita a piccoli quartieri mono-classe, ai quali si affida il compito di «alleggerire la pressione dell’inurbamento operaio nella città di Milano» (ivi, p. 25). Tali indicazioni rientrano infatti, per molti versi, nell’orizzonte ideologico e strategico della città corporativa, vale a dire nell’aspirazione del regime a controllare globalmente la distribuzione gerarchica delle componenti sociali nella città e nel territorio metropolitano. Non vanno però sottovalutati due elementi di diversità dall’ideologia e dalla pratica del fascismo: il primo è l’affermazione della necessità di coordinare la localizzazione delle industrie con la dislocazione della residenza dei lavoratori, in modo da ridurre il disagio di lunghi spostamenti pendolari; il secondo è costituito dalla critica radicale al modello di sviluppo allora in atto che portava ad accentrare la produzione nel capoluogo e in pochi altri centri. Ma è soprattutto il confronto con il caos che ha investito la periferia metropolitana degli ultimi cinquant’anni a mettere in evidenza alcuni elementi di indubbia qualità che contraddistinguono i progetti: «l’attento dimensionamento dei servizi essenziali; la ricerca, quasi sempre felicemente realizzata, di una saldatura con i centri abitati di modeste dimensioni; il rapporto costantemente ricercato con il sistema dei trasporti metropolitano; infine la qualità della proposta tipologica e la misura nelle soluzioni spaziali […]» (Consonni, Tonon, Architetture, 1981, p. 292). Qualche perplessità può suscitare la dimensione ridotta degli interventi, sia nell’insieme che per quanto attiene ai singoli quartieri. Occorre però considerare che essa è in funzione di una immediata operabilità della proposta. I 6.200 locali, che compongono i primi 14 villaggi programmati, sono strutture agili, di pronto intervento, pensate per ovviare alle manifestazioni più scandalose del disagio: le baracche e altre abitazioni improprie. Poco meno della metà dei nuovi locali avrebbe dovuto essere realizzata in centri prossimi a Milano (Niguarda, Seveso, Bollate, Vittuone, Corsico e S. Giuliano) in modo da configurare «una cintura di centri operai semirurali attorno alla città, distribuiti nelle zone più salubri di ogni settore e in posizioni di facili comunicazioni con la città» (Bottoni, Pucci, 1939, p.25). Gli altri 3.200 locali sono invece programmati per rispondere all’emergenza nei centri dove il disagio è più elevato. A Sesto S.G. è prevista la realizzazione di tre quartieri, uno di 1.000 locali situato nei pressi della cascina Gatti e altri due di 400 locali nella zona nord dell’abitato. Un quartiere di 400 locali è previsto anche a Monza. In un primo momento esso è pensato nei pressi della frazione S. Rocco ed è collegato con Sesto S.G., oltre che dalla viabilità ordinaria, da una pista ciclabile di nuova progettazione. In un secondo momento la messa a disposizione da parte dell’Eca di un appezzamento di terreno in fregio a via Cavallotti porterà alla formulazione di un altro progetto più dettagliato. Un quartiere di 400 locali destinato a triplicarsi in 3 anni è proposto per Legnano, dove, anche in questo caso, la disponibilità del terreno, assicurata successivamente dalle aziende Bernocchi e Cantoni porta alla elaborazione di un secondo progetto esecutivo. Infine quartieri minimi di 200 locali ciascuno sono previsti per Rho, Lodi e Melegnano. L’intervento su quest’ultimo centro è proposto a titolo esemplificativo, dal momento che, secondo gli autori del progetto, interventi simili avrebbero dovuto essere promossi in molti altri centri industriali minori «data l’insufficienza del contributo delle forze locali a risolvere il problema» (ivi, p. 43). Oltre che alla logica del pronto intervento, la dimensione ridotta di questi agglomerati è legata al fatto che il vero centro organizzatore dell’insediamento è l’orto che, come nelle siedlungen tedesche e austriache, avrebbe dovuto offrire alla famiglia operaia quanto il salario non riusciva a garantire. La presenza delle scuole materne e degli asili (gestiti dall’Onmi) e delle strutture ricreative e sportive (affidate all’Ond) attesta chiaramente l’obiettivo complessivo del progetto: assicurare le condizioni minimali per una riproduzione dignitosa, sul piano biologico, della forza lavoro. Il resto, la qualificazione culturale e professionale, avrebbe dovuto essere fornita dalla fabbrica e dal sistema delle relazioni metropolitane. L’adozione di impianti insediativi a scacchiera risponde a due intenti fondamentali: eliminare le gerarchie tipiche degli assetti monocentrici e garantire quel lottizzamento razionale che la cultura dei Ciam aveva eletto a criterio guida per assicurare igienicità, regolarità geometrica e ottimale combinazione dei tipi edilizi. Questi sono distinti in due categorie fondamentali (oltre all’inserimento in alcuni villaggi di case albergo): gli edifici in linea, con un’altezza di quattro piani, svincolati dagli orti, e l’edilizia estensiva a due piani. In quest’ultimo caso sono proposte inizialmente tre varianti aggregative combinate in vario modo nei primi progetti di massima: case unifamiliari con alloggi duplex a scala esterna; case a schiera con alloggi su un solo piano, serviti al piano superiore da un ballatoio; case a schiera con alloggi duplex serviti ciascuno da una scala interna. Nei due progetti esecutivi elaborati per Monza e Legnano è quest’ultimo tipo a essere preferito fino a costituire l’intero insediamento previsto per Legnano, mentre a Monza esso è combinato con le case in linea a quattro piani. I due insediamenti si distinguono per la pacatezza delle forme nelle quali, insieme al perdurare dell’influenza del primo Gropius, evidente anche nella combinazione dei tipi edilizi, si avvertono i prodromi della stagione neorealista, che si possono cogliere nella rinuncia alle coperture piane e in alcuni richiami all’edilizia rurale rintracciabili, ad esempio, nelle case basse a schiera progettate per Monza. Nel progetto per Legnano si avverte, in più, il tentativo di animare la teoria delle case in linea adottando una copertura a volte prefabbricata già sperimentata da Bottoni e Pucci nello stabilimento Sant’Unione di Bologna. La particolare forma dell’isolato e l’intento di rispettare l’asse eliotermico offre poi lo spunto per rompere la rigidità dell’impianto ortogonale (che invece contraddistingue il progetto per Monza): a incidere trasversalmente le cinque case a schiera che si estendono per oltre cento metri interviene un percorso pedonale che conduce all’asilo infantile la cui presenza, così sottolineata, sembra ricordare una impostazione da «unità di vicinato».

Giancarlo Consonni

In G. Consonni, L. Meneghetti, G. Tonon (a cura di) Piero Bottoni. Opera completa, Fabbri, Milano 1990, pp. 285-289.

Bibliografia

P. Bottoni, M. Pucci, Il problema delle abitazioni operaie nella provincia di Milano e proposte per la creazione di borgate semirurali, Amministrazione provinciale di Milano, Milano 1939; Tavole allegate raccolte in due volumi: Indagini sul problema delle abitazioni operaie nella provincia di Milano, Amministrazione provinciale di Milano, Milano 1939 e Progetto di borgate semirurali per abitazioni operaie nella provincia di Milano, Amministrazione provinciale di Milano, Milano 1939.

A. Cuzzi, Una grandiosa iniziativa fascista. Case per gli operai, in «Il Popolo d’Italia», 3.3.1939.

Decentramento urbano. Il sistema stellare della nuova edilizia industriale, in «La Sera» (Milano), 19.7.1939.

Case operaie in provincia, in «Il Popolo d’Italia», 29.7.1939.

Bonifica della casa rurale in provincia, in «L’Ambrosiano», 29.7.1939.

Le case popolari e la nostra città, in «Il Cittadino» (Monza), 3.10.1939.

Le case operaie. I villaggi di Legnano e Sesto San Giovanni, in «Corriere della Sera» (Milano), 31.10.1939.

P. Bottoni, M. Pucci, Indagini sul problema della abitazione operaia nella provincia di Milano e proposte per la sua soluzione, in «Costruzioni-Casabella», a. XII, n. 155, novembre 1940, pp. 4-17 (il testo riprende in larga parte il volume P. Bottoni, M. Pucci, Il problema […], op. cit. e relativi allegati).

Redactor, Un piano provinciale per la soluzione del problema della abitazione operaia, in «Lo Stile nella casa e nell’arredamento», a. I, n. 3, marzo 1941, pp. 23-27.

G. Pagano, Un anno di architettura in Italia, in «Almanacco letterario Bompiani», a. XIX, 1941, pp. 137-140, in part. p. 139.

G. Consonni, L. Meneghetti, L. Patetta, Bottoni: quarant’anni di battaglie per l’architettura, numero monografico di «Controspazio», a. V, n. 4, ottobre 1973, pp. 58-61.

M. Grandi, A. Pracchi, Milano. Guida all’architettura moderna, Zanichelli, Bologna 1980, pp. 200-202.

G. Consonni, G. Tonon, Milano: classe e metropoli tra due economie di guerra, in «Annali della Fondazione G. Feltrinelli», a. XX, 1979-1980, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 405-510.

Id., Architetture per la metropoli: 1934-1940, in Aa.Vv., 1930-1942. La città dimostrativa del razionalismo europeo, a cura di L. Caruzzo e R. Pozzi, Angeli, Milano 1981, pp. 272-279.

G. Cislaghi, G. Pellegrini, Crescenzago: formazione storica, in Aa.Vv., Milano Zona Dieci. Loreto Monza Padova, a cura di G. Fiorese, Ici, Milano, 1986, pp. 63-71.

G. Consonni, L. Meneghetti, G. Tonon, Il filo delle immagini: Piero Bottoni e Milano, in Aa.Vv., Piero Bottoni un nome per un liceo, a cura di M. A. Biggi Puddu, M. L. Gorla, M. F. Occhipinti, Edistudio, Milano 1988, pp. 9-25.

G. C. [Consonni], Progetto di borgate semirurali per abitazioni operaie in provincia di Milano, 1938-39 […], in G. Consonni, L. Meneghetti, G. Tonon (a cura di), Piero Bottoni. Opera completa, Fabbri, Milano 1990, pp. 285-289.

C. De Carli, La residenza urbana tra Novecento e razionalismo, in Aa. Vv., Milano durante il fascismo 1922-1945, a cura di G. Rumi, V. Vercelloni, A. Cova, Cariplo, Milano 1994, pp. 253-281, in part. p. 279.

Bibliografia a cura di Giancarlo Consonni

Documenti scritti

Città di Monza. Distribuzione delle ditte di maggior importanza che hanno non meno di cento operai […] ditte industriali del comune di Monza distinte per categoria d’industria […] fabbisogno di locali, Monza 14 gennaio 1939.Dattiloscritto su carta intestata, 3 cc./3 pp.

Relazione sulla situazione del mercato degli alloggi nella provincia. Dattiloscritto su carta intestata, 4 cc./4 pp.

Tabella indicante il prezzo dell’affitto annuo per locale, se esiste un numero sufficiente di abitazioni operaie, quanti locali si dovrebbero costruire con la sicurezza di vederli subito affittati relativamente ai comuni di Magenta, Vimercate, Seregno, Cesano Maderno, Desio, Paderno Dugnano, Lodi, Codogno, Casalpusterlengo, S. Angelo Lodigiano, Rho, Sesto S. Giovanni, Cinisello Balsamo, Abbiategrasso, Monza, Lissone, Legnano, Parabiago. Dattiloscritto, 1 c./1 p.

Nuovi villaggi previsti, tabella indicante, per ogni località interessata dalla costruzione di case operaie, la popolazione e i locali previsti per uso locale e i locali previsti per uso Milano. Dattiloscritto, 2 cc./2 pp.

Case popolari per Sesto S. Giovanni, relazione di progetto, bozza. Dattiloscritto con correzioni e integrazioni manoscritte, prima pagina in doppia copia, 5 cc./5 pp.

Schema di convenzione per la costruz. di case op. in prov. di Milano. Manoscritto, 2 cc./4 pp.

Programma di distribuzione per il primo anno relativo all’esecuzione delle case operaie. Dattiloscritto, 2 cc./2 pp.

Villaggio semirurale a Sesto S. Giovanni, revisione del preventivo di costo generale, Milano 30 settembre 1940.Dattiloscritto, 2 cc./2 pp.

Nota competenze professionali dovute per lo studio del problema urbanistico relativo al decentramento delle abitazioni operaie, nella provincia di Milano e progetti tecnici per gli erigendi nuovi villaggi semirurali, Milano 29maggio 1939. Dattiloscritto, 2 cc./2 pp.

Preventivo casette tipo A, allegato al documento descritto al punto 22. Dattiloscritto, 4 cc./4 pp.

Preventivo casette tipo B e C, allegato al documento descritto al punto 22. Dattiloscritto, 4 cc./4 pp.

Analisi per la formazione dei prezzi delle principali opere elencate nella tariffa. Dattiloscritto, 4 cc./4 pp.

Materiali per la mostra: Il problema delle abitazioni operaie nella provincia di Milano e proposte per la creazione di borgate semirurali, promossa dall’Amministrazione provinciale di Milano nel 1939. Stampati, 62 cc.

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