Il piano regolatore generale di Milano approvato nel 1953 indicava un’espansione residenziale della città lungo la direttrice nord-ovest secondo tre insediamenti distinti: il QT8, già in corso di realizzazione, e due quartieri detti satelliti che in seguito verranno denominati G1 e G2 quali specificazioni del quartiere Gallaratese (dapprima Chiusabella). Le due parti G1 e G2, complessivamente circa 110 ettari, risultavano separate da una zona di circa 100 ettari e distanziate linearmente tra loro di un chilometro. Un’altra zona, dal piano regolatore destinata a verde attrezzato, divideva il G1 dal QT8.
Il 13 giugno 1955 iniziano i lavori per la revisione del piano regolatore di Milano relativa ad aree specifiche, avendo il Comune, nell’ambito della delibera del 13 aprile sulla revisione, assegnato l’incarico a tredici professionisti. Riguardo al Gallaratese Bottoni, revisore di zona, assume il compito di progettare un piano particolareggiato in accordo con gli uffici tecnici comunali. L’8 febbraio 1956 la revisione è terminata e il 13 marzo Bottoni consegna, inserito nello schema di questa, un progetto urbanistico «redatto in forma di proposta di piano particolareggiato dopo l’approvazione delle varie Commissioni urbanistiche» (P. Bottoni, 1960, didascalia a p. 25). A questo disegno ne seguirà un altro con definitivo azzonamento, sistema gerarchico delle strade, precisa localizzazione delle funzioni particolari, tracciato di una linea metropolitana corredato dalla posizione delle stazioni. Il disegno contiene anche una rappresentazione schematica del QT8.
I fondamenti del progetto per un solo quartiere di 80.000 abitanti e 275 ettari vengono riassunti nella relazione. La soluzione proposta intende distaccarsi dalla consueta impostazione dei grandi quartieri di edilizia sovvenzionata: case popolari uniformate a un livello basso e medio-basso, uniformità di ceto sociale. E necessario ricollegare lo sviluppo
pianificato di tali quartieri popolari, spessissimo mancanti di servizi adeguati e di centri di vita, a una edilizia di iniziativa privata orientata ad una realizzazione almeno contemporanea a quella dell’edilizia sovvenzionata, in funzione, appunto, della costituzione delle parti «vitali» del quartiere-città. Molti esempi di zone urbane storicamente consolidate (per Milano basterebbe citare il corso Buenos Aires) indicano che nell’intorno di una strada, arricchitasi nel tempo di funzioni commerciali, culturali, per il divertimento e così via, si sviluppa una zona di uguale intensità di vita mentre a poche centinaia, o perfino decine di metri inizia subito l’area puramente residenziale «tranquilla», spesso priva di quelle funzioni.
Se non è concepibile (siamo nel 1956) l’esistenza di una strada centro di vita senza un collaterale polmone residenziale, non è neppure concepibile un complesso di zone residenziali in successione l’una all’altra senza l’esistenza di un tal tipo di strada, vale a dire un centro di vita «continuo». La presenza, nel progetto, di una «strada vitale» centrale distesa attraverso tutto il quartiere rappresenta il cardine dell’intera organizzazione delle funzioni e dello spazio. All’iniziativa privata competerà la realizzazione, lungo la strada, di edifici commerciali (corpi bassi) e di case (relativamente alte) disposte perpendicolarmente a quelli in modo da evitare il formarsi di una tradizionale «rue corridor», e lascerà agli enti pubblici le aree (con il loro plus-valore) per i centri di vita collocati lungo tutto il percorso. In realtà la continuità non significa edificazione ininterrotta sui due lati della strada. L’alternanza sull’uno e l’altro lato dei sistemi edilizi misti, pur garantendo la continuità, consentirà ampie aperture sui parchi e giardini e sugli accessi ai nuclei residenziali di edilizia sovvenzionata retrostanti alla strada vitale. La facilità e brevità di percorso da ogni punto della residenza ai centri commerciali e sociali, alle scuole, insomma ai centri di vita (ed anche alle stazioni della metropolitana), ne determinerà un uso generalizzato e promiscuo, non diviso secondo le divisioni sociali.
La scheda tecnica relativa alla distribuzione delle superfici nel piano particolareggiato di Bottoni per l’insieme G1 e G2 indica: 27 ettari per zone residenziali e commerciali «vitali» (500 ab/ha); 105 ettari per zone residenziali di edilizia sovvenzionata (300 ab/ha); 143 ettari per strade, parchi, giardini, aree sportive, aree di rispetto, fiume Olona, ecc.; in totale 275 ettari. Comprendendovi il QT8 la nuova parte di città misurerebbe oltre 370 ettari.
A metà del 1956 il piano di Bottoni pare già accantonato. A maggio era stato pubblicato su «Edilizia popolare», la rivista diretta da Camillo Ripamonti presidente dell’Iacpm. Ma proprio dall’Istituto proviene un duro attacco al progetto attraverso gli interventi del consulente architetto Enrico Ratti, inoltre assessore ai Lavori pubblici della Provincia di Milano. L’Iacpm peraltro aveva istituito ad aprile una commissione con il compito di inserire i terreni di proprietà dell’Istituto nel piano comunale: a questa stregua soltanto essa considera il progetto del Gallaratese. A giugno la commissione cessa di consultare Bottoni. A luglio questi, eletto consigliere comunale per il partito comunista, dà le dimissioni da revisore del piano regolatore. Oggettivamente la difesa del suo progetto si indebolisce.
L’Iacpm vuole una soluzione alternativa e costituisce a settembre un gigantesco gruppo di studio di 68 professionisti coordinati da Gian Luigi Reggio. Materia di pianificazione dovranno essere precipuamente le aree del G1 già di proprietà dell’Istituto, in piena contraddizione col programma di Bottoni e degli uffici tecnici comunali fondato sull’integrazione e contemporaneità fra G1 e G2, non solo, ma anche sulla identificazione di una vera e propria «parte di città» costituita da un sistema QT8-Gallaratese.
Una convenzione fra Iacpm e Cep (Comitato edilizia popolare, il nuovo organismo sorto nel 1955 su iniziativa del ministero dei Lavori pubblici per coordinare l’attività edilizia di Iacp, Ina-casa, Incis, Unrra-Casas) viene sottoscritta nel marzo 1957 e riguarda la costruzione del G1 sulla base di un piano generale estraneo alle indicazioni della revisione del piano regolatore: infatti conferma la divisione in due parti esaltando, anche in senso rappresentativo, il G1. A questo punto la contrapposizione col piano originario è per così dire sancita ufficialmente. L’amministrazione comunale, con una scelta pale-semente opportunistica, nomina nell’agosto 1957 una Commissione tecnica arbitrale nelle persone di Enrico Ratti e Gio Ponti, come fiduciari dell’Iacpm, e Luigi Dodi quale consulente esterno. La soluzione proposta dalla commissione cerca di fondere i due progetti, tuttavia propendendo, grazie al contributo di Ponti e Dodi, a conservare i fondamenti del piano originario. Forse proprio per questo la commissione viene immediatamente liquidata nell’ottobre e l’Iacpm può far proseguire ai propri urbanisti il lavoro di pianificazione. Il ministero dei Lavori pubblici approva il piano generale nell’autunno 1958. Ma ciò che vale maggiormente è la pubblicazione del piano, dettagliato fino alla rappresentazione planimetrica e volumetrica degli edifici, inerente al solo settore G1: una dichiarazione in favore di una entità autonoma avulsa dal resto del territorio. Il piano di Bottoni «in accordo con gli uffici tecnici comunali» sembra ormai morto e sepolto, quando il Consiglio comunale, nel marzo
1959, viene chiamato dalla giunta centrista ad approvare tre delibere relative a fognature e lavori preparatori per strade al Gallaratese senza che lo stesso Consiglio abbia mai approvato alcun piano particolareggiato. Si riaccende il dibattito su tutta la questione del nuovo quartiere, ma il Comune appalta egualmente le opere di cui alle tre delibere respinte. Aspre e motivate discussioni dureranno per tutto il 1959 mentre la situazione nelle aree del Gallaratese diventa sempre più assurda, tra costruzione comunque di case, violazione dei vincoli del piano regolatore a verde agricolo e perfino avvio di un G3 (San Leonardo) in parte ricadente in aree destinate a verde pubblico: occorrerà una variante del piano regolatore per sanare una situazione anche giuridicamente inaccettabile. Le numerose osservazioni alla variante inducono l’amministrazione comunale ad affidare un ulteriore studio del quartiere a Cesare Chiodi e Luigi Dodi. Questi saranno autori di un progetto, definito «di compromesso», che verrà discusso in una famosa seduta del Consiglio comunale, 2 marzo 1960, durante la quale Bottoni interverrà puntualmente su tutta la storia urbanistica e politica del Gallaratese. Egli illustrerà anche graficamente le proprie osservazioni sul nuovo progetto. Ne sottolineerà tuttavia gli aspetti positivi e la comune matrice col piano originario riguardo alla previsione di un solo quartiere contraddistinto da un centro vitale continuo, sebbene come sdoppiato in due linee parallele da una lunga striscia di verde. Infine Bottoni e il gruppo consiliare comunista, essendo state anche accettate a1cune raccomandazioni circa un miglior funzionamento dell’area industriale prevista a nord e dei collegamenti verso la zona sud-orientale della città, esprimeranno voto favorevole al piano.
Pochi giorni dopo Bottoni scriverà a Cesare Valle, al Consiglio superiore dei lavori pubblici, una lettera piena di entusiasmo annunciando l’approvazione del progetto per il Gallaratese. Non è il suo progetto, che avrebbe dovuto essere approvato tre anni prima, ma alla fine hanno prevalso comunque gli interessi generali per i quali Bottoni si è battuto come urbanista e come consigliere comunale. «Questo ci dà la gioia, a me e a te, di constatare che, malgrado tutto, la verità ha trionfato» (lettera a Cesare Valle, 14.3.1960, copia in APB, Corrispondenza).


Lodovico Meneghetti
In G. Consonni, L. Meneghetti, G.Tonon (a cura di) Piero Bottoni. Opera completa, Fabbri, Milano 1990, pp. 380-381.

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